Charlie Kirk: triste apologia di un ultraconservatore
- Francesco

- 12 set 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 26 set 2025

La morte di Charlie Kirk ha avuto l’effetto di un detonatore inatteso. Per citare John Donne, ogni morte d'uomo ci diminuisce, perché partecipiamo all'umanità; ma adesso non parliamo di lui, delle sue battaglie o delle sue posizioni politiche alquanto particolari ma di quello che è successo dopo la sua morte.
Improvvisamente, tutta la destra mondiale si è svegliata da un torpore collettivo, pronta a gridare indignazione. Politici italiani di primo piano, giornalisti importanti e non solo: tutti all’unisono hanno cominciato a rivolgersi a Kirk come a un martire e a denunciare il mainstream, la cosiddetta “finta democrazia”, che avrebbe ucciso Charlie Kirk, o comunque ignorato la sua morte, soffocando la Verità e negando il tributo dovuto a un giovane padre di famiglia. Il paradosso è evidente.
Charlie Kirk rappresentava idee che, in America, hanno ottenuto consensi enormi, hanno consolidato una linea politica nazionale e consegnato lo scettro del potere ad una determinata classe politica fondata su determinate idee politiche. Eppure viene considerato come vittima della Democrazia e di un sistema che non tollera la libertà di espressione. Quale Democrazia, ci si chiede, avrebbe ucciso un uomo che difendeva il lato vincente della politica americana? Quali idee scomode della minoranza sarebbe stato perseguitato a difendere, se quelle stesse idee hanno condotto un candidato alla presidenza? La narrazione appare contraddittoria, costruita su una fallacia logica che sfugge a qualsiasi analisi seria. Non si tratta di opinioni personali o di sentimenti individuali. Ciò che emerge è un pattern globale: la destra si sveglia, reagisce, manifesta indignazione per Kirk. Ma lo fa ignorando sistematicamente altre tragedie quotidiane. Nessun tweet, nessuna dichiarazione, nessuna indignazione reale per i bambini che muoiono di fame in Palestina. Nessun grido per i ministri israeliani che scrivono dediche con cinismo disumano sulle bombe riservate ai palestinesi e che stringono la mano al Papa.
Eppure un minuto di silenzio non concesso dal Parlamento europeo per un padre di famiglia, scatena un’importante mobilitazione. La scala delle priorità si è rovesciata.
La destra mondiale sembra capace di indignarsi per chi denigra e combatte contro i diritti civili, eppure resta silenziosa davanti a genocidi, fame, sofferenza e bombardamenti su bambini innocenti. La coerenza appare secondaria rispetto alla costruzione narrativa del “martire” politico, perché è proprio di questo che si parla.
La morte di Kirk diventa il catalizzatore di un coro globale che parla di democrazia negata, senza porsi la domanda più semplice: quale democrazia? L’incoerenza è lampante: la causa della loro indignazione non è la morte di un padre in sé, ma la narrativa di persecuzione di cui vogliono fare icona. Il vero paradosso sta nella dissonanza tra il messaggio e la realtà: Kirk non è stato “ucciso dalla democrazia” nel senso concreto; rappresentava, semmai, il successo elettorale di un fronte politico che ora viene difeso e mitizzato con veemenza.
Questo episodio racconta più della politica contemporanea di quanto qualsiasi analisi sull’uomo Kirk potrebbe mai fare. Racconta la capacità della Destra di reagire simultaneamente, di costruire un racconto coerente per sé stessa, di ignorare la realtà quando non serve a rafforzare il mito. La morte, reale o percepita, diventa strumento di mobilitazione, non occasione di riflessione. La domanda resta: quale democrazia ha davvero ucciso Charlie Kirk? E quale logica morale trasforma tutto questo in uno spettacolo indecoroso, vuoto e propagandistico, ignorando ciò che conta?
ReSco



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