Quando la Democrazia diventa Oligarchia
- Francesco

- 17 ott 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Il termine Democrazia deriva dal greco antico: demos (popolo) e kratos (potere). Indica il potere esercitato dal popolo. Oligarchia proviene da oligos (pochi) e arche (comando), e si riferisce al potere esercitato da una ristretta cerchia di persone.
Non voglio soffermarmi sulle figure e sulle posizioni politiche di Occhiuto e di Tridico, né sul singolo caso delle regionali calabresi ma su una riflessione naturale che affiora nelle coscienze dei cittadini attivi, che esercitano il dovere civico del voto, garantendo il corretto funzionamento dello Stato e della sua politica e proteggendo un diritto-dovere guadagnato col sangue, con gli scioperi (ultimamente tanto contestati) e con le lotte civili.
Come ho scritto all’inizio la Democrazia, questa parola così bella, così intensamente profonda, che oggi viene sbandierata a favore di alcuni contesti in cui di democratico non c’è neanche la maschera che tenta di nascondere una tirannide evidente, si basa proprio sul potere che tutto il popolo esercita attraverso i processi elettorali. È vero che la nostra è una Democrazia di rappresentanza, è vero che non siamo tutti senatori, deputati o ministri ma è anche vero che ognuno di noi possiede un potere molto prezioso seppur molto umile, un potere che nel passato apparteneva solo a determinate classi sociali e, per lungo tempo, solo al genere maschile. Le lotte affinché tutto questo cambiasse sono state importanti e logoranti e hanno permesso il vero raggiungimento della Democrazia. Uomini, donne, analfabeti, contadini hanno avuto il sacrosanto diritto di poter votare in una cabina elettorale e allora, solo allora, il voto è diventato vero dovere civico.
Perciò la Democrazia si fonda su questo gesto: prendere in mano la matita e segnare una X sulla scheda elettorale, all’interno di una cabina chiusa che garantisce la segretezza del voto. Come recita l’articolo 48 della nostra Costituzione “[…] Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. […]”. Può sembrare banale, ma non è così. Vi siete mai chiesti come funzionavano le elezioni durante il ventennio fascista quando non esistevano altri partiti politici al di fuori del PNF (Partito Nazionale Fascista) e le elezioni erano solo un a trovata teatrale? Dopo le elezioni truccate del 1924 che permisero la consacrazione della dittatura fascista il 5 gennaio del 1925 e portarono alla morte il deputato socialista antifascista Giacomo Matteotti, ci furono in Italia solo tre consultazioni elettorali fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
- 1929: primo plebiscito fascista, gli italiani devono dire Sì o No alla lista di 400 deputati scelti dal Gran Consiglio del Fascismo. Il regime dichiara 98% di sì.
- 1934: secondo plebiscito, stesso meccanismo per “rinnovare” la Camera fascista. Risultato dichiarato: 99% di sì.
- 1939: non si vota più, la Camera elettiva viene abolita e sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, i membri nominati direttamente dall’alto”. Niente più consultazioni popolari.
Ma come avvenivano concretamente le elezioni? Venivano consegnate agli elettori due schede: una bianca per il ‘No’ e una col fascio littorio in vista per il ‘Sì’. Si entrava nella cabina, si deponeva nell’urna la scheda scelta e si consegnava quella scartata a un ufficiale. In pratica, tutti sapevano cosa avevi votato. È facile immaginare cosa significasse consegnare all’ufficiale la scheda col fascio littorio (quella del Sì) davanti agli occhi di tutti e soprattutto degli squadristi. Consegnare la scheda “sbagliata” significava rischiare il proprio posto di lavoro o la propria vita.
A cosa serve sapere questo? Serve a comprendere il reale valore di quel gesto: il collante della Democrazia che si instaura tra mattone e mattone. Un gesto che sprofonda anno dopo anno nell’oblio, nella dimenticanza di milioni di italiani, che rischia di perdere il proprio peso, la propria forza, il proprio significato. La riflessione è abbastanza intuitiva: se anno dopo anno sempre meno elettori si recano in cabina elettorale, se tornata dopo tornata l’affluenza viene scalfita e impoverita allora viene meno l’integrità della Democrazia che cessa di essere tale. Assumiamo che la Democrazia sia tale perché si basa sulla partecipazione di tutto il popolo, non di una sola minoranza. Se alle elezioni regionali va a votare solo il 43% degli aventi diritto vuol dire che il governatore non è stato eletto “democraticamente” nel senso stretto del termine, ma da una piccola minoranza del popolo stesso che non ne rappresenta la sua interezza. E così che la Democrazia sta pian piano trasformandosi in una Oligarchia perché sempre meno gente vota e di conseguenza le decisioni politiche sono rappresentative di una minoranza popolare!
È anche vero che i dati sull’affluenza risultano matematicamente alterati. Ci sono studenti e lavoratori fuori sede, cittadini iscritti all’AIRE che non votano in Italia e che abbassano la percentuale reale. Ma questo non deve diventare un alibi. Quanto siamo disposti a difendere il nostro dovere civico? Fino a dove deve arrivare la responsabilità di partecipare?
Prendiamo il caso dei referendum. Per validare il risultato di un referendum bisogna raggiungere il cosiddetto quorum (come nel senato dell’antica Roma), ovvero la soglia minima di partecipazione (50%+1). Perché? Per evitare che decisioni politiche siano prese da pochissimi votanti, per garantire che il risultato sia pienamente rappresentativo, per evitare che una minoranza attiva decida per tutti. Purtroppo per le amministrative non funziona così, perciò consegniamo il potere, quello vero per così dire, nelle mani di coloro che riescono a “convincere” gli elettori ad andare a votare. Si può ridurre la politica ad un’opera di persuasione nei confronti di un popolo fiacco, troppo impegnato a credersi assolto da tutto al tal punto di non recarsi in cabina elettorale? Un’opera di convincimento che diventa nella maggior parte dei casi puro populismo che porta buona parte dell’elettorato ad approvare acriticamente “postulati” politici che si basano sulla demagogia e, purtroppo, sull’ignoranza. Un populismo che ha ridotto la politica mondiale a sterile cenere che non nasconde nessuna fenice al suo interno ma soltanto odio e vuotezza intellettuale. Ma di questo parleremo un’altra volta.
In conclusione, dopo quest’altra triste dimostrazione di indifferenza politica, dopo l’ennesimo stupro del dovere civico s’è palesata l’esigenza di riflettere sul vero significato della Democrazia e sul ruolo che ognuno di noi ha in essa e la greve necessità di cambiare rotta una volta per tutte.
Francesco Reale



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