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Il Teorema di Gratteri: perché la logica fa paura ai "semplificatori"

  • Immagine del redattore: Francesco
    Francesco
  • 14 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è un’aria strana in giro. Un’aria di quelle che precedono i temporali o le grandi ipocrisie nazionali. Nicola Gratteri ha rilasciato un’intervista e con una velocità di reazione disarmante, le alte cariche dello Stato, i paladini del garantismo che inneggiano a una magistratura efficiente e a-politica, si sono sentite ferite, offese e soprattutto smascherate!


Il Procuratore di Napoli ha osato affermare che a votare "Sì" a questo referendum sulla giustizia saranno “[…] gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere […]”.


In men che non si dica si apre la voragine della gogna mediatica. Ma prima di lanciarci nel linciaggio pubblico, proviamo a usare uno strumento che molti dei detrattori sembrano aver smarrito in qualche cassetto polveroso della mente: la logica matematica.


Per difendere Gratteri non serve un avvocato, serve un ripassino di algebra booleana o di filosofia aristotelica se si preferisce. In matematica, esiste una distinzione netta tra condizione necessaria e condizione sufficiente.


L'errore concettuale dei critici: stanno accusando Gratteri di aver detto che votare "Sì" è condizione sufficiente per essere un criminale. Tradotto: se voti sì, allora sei un mafioso.

La realtà di Gratteri: lui ha espresso un concetto di necessità strategica. Se sei un corrotto, un massone deviato o un potente che vuole le mani libere, è necessario che tu voti "Sì".

Non puoi fare altrimenti, è nel tuo interesse costitutivo e processuale. Sarà una sua opinione che è libero di esprimere per manifestare le sue motivazioni del “Sì”.


Dire che tutti i criminali voteranno "Sì" (insieme A contenuto in insieme B) non equivale affatto a dire che tutti quelli che votano "Sì" siano criminali. È la differenza che passa tra dire "tutti i cani sono mammiferi" e "tutti i mammiferi sono cani". Se i vertici dello Stato non colgono questa sfumatura, o hanno saltato le lezioni di logica al liceo, o più probabilmente, sono in malafede.


Per comprendere l’atmosfera surrealista in cui stiamo vivendo questa campagna elettorale basta visitare le pagine social del primo partito d’Italia. L’opera di convincimento che sta portando avanti ‘Fratelli d’Italia’ è semplicemente vergognosa, le “campagne” dei ragazzini alle scuole medie per eleggere i rappresentanti di classe, sono più decorose, serie e istituzionalizzate. Tra le obbrobriosità varie ci sono fotografie generate da AI che ritraggono non solo il Procuratore Gratteri ma molti volti noti che stanno esponendo, con argomentazioni valide, personali sì, ma valide, le ragioni per cui voteranno “No”: tra cui il professore Alessandro Barbero.


Una guerriglia digitale che sta sfuggendo di mano. Quando non puoi smontare il ragionamento di un uomo che vive blindato da decenni, cerchi di trasformarlo in un meme. Cerchi di ridicolizzare il "pensiero critico" rendendolo grottesco tramite un post sui social. È una strategia senza dignità, che punta a svuotare il dibattito politico per ridurlo a una rissa da bar tra pixel contraffatti.


Se Gratteri avesse detto una sciocchezza irrilevante, lo avrebbero ignorato. E invece no, questo accanimento è la prova regina che il Procuratore ha toccato un nervo scoperto. Salvini rivela l’intenzione di denunciarlo. Nordio ospite alla trasmissione del grande adulatore Bruno Vespa, ‘Cinque Minuti’, mette in discussione le capacità “psico‑attitudinali” di Gratteri.


Stanno pilotando una campagna elettorale sulla pelle della giustizia, raccontando che queste riforme servono al "cittadino comune", a rendere più giusta la giustizia e velocizzare i processi…ma quando mai?! Anche Nordio in persona lo ha smentito pubblicamente!


In un mondo che vuole ridurci a tifoserie, la posizione di chi cerca la verità è sempre la più difficile. Gratteri non ha offeso il popolo; ha descritto una convergenza di interessi.

Difendere Nicola Gratteri oggi significa difendere la facoltà di chiamare le cose con il loro nome. Significa rifiutare la narrazione di una "giustizia giusta" scritta da chi la giustizia la teme, la infanga, la mette sotto i piedi.

 

Francesco Reale

Foto in copertina: Università degli Studi di Urbino Carlo Bo (CC BY 3.0)

 

 
 
 

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