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I baffi di Carrère

  • Immagine del redattore: Francesco
    Francesco
  • 13 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

Nel primissimo episodio di The Big Bang Theory, Sheldon dice a Leonard che modificando l’altezza di uno scalino di qualche millimetro una persona cade. Può sembrare una cosa stupida, ma è così. Basta qualche millimetro di differenza con gli altri gradini e quasi automaticamente si inciampa e si cade. Naturalmente non vale solo con i gradini, ma è un’esperienza ricorrente in molti aspetti della vita. Una piccolezza che neanche si vede fa crollare castelli e muraglie e ti costringe a guardare in faccia la realtà nuda. Un eccezionale esempio di questo è l’architettura della Morte Nera in Star Wars. Un colosso titanico distruttore di mondi che viene messo KO per un piccolo condotto termico dimenticato da tutti (o quasi), una debolezza intrinseca e microscopica.


Ed ecco che su questa carogna di millimetro (nel caso della Morte Nera, benedetto millimetro) si basa uno dei romanzi più enigmatici, citati e apprezzati di Emmanuel Carrère: I baffi (Le moustache).


Breve sinossi: Un uomo decide di tagliarsi i baffi che porta da quando era ragazzo. Pensa di fare un innocuo scherzetto alla moglie, agli amici, e invece no. Nessuno si accorge di nulla. Pensa si tratti di un contro-scherzo ancora più innocuo, e invece no. Una spirale incontrollata lo travolge, si perde e più cerca di trovarsi, più sprofonda nell’abisso.


Il motivo è molto pirandelliano e, anch’io prima di leggere (finalmente) il libro, pensavo fosse semplicemente un tentativo pretenzioso di scrivere un ‘Uno, nessuno, centomila’ francese. E invece leggendolo mi sono accorto che non è affatto questo.


Innanzitutto, bisogna dire che in Pirandello la crisi nasce da una consapevolezza intellettuale: Vitangelo Moscarda “capisce” di essere moltitudine per tutti e di conseguenza nessuno per sé stesso, proprio grazie a quel piccolo “millesimo di malinteso”. In Carrère, invece, non c’è alcuna consapevolezza filosofica, nessun dramma intellettuale. C’è solo la meccanica del guasto. Un guasto così stupido che non porta a nessuna conclusione di spirito, solo a un finale grottesco. Anzi… kafkiano! Ma del finale parleremo dopo. Come dicevo, si tratta di un guasto così assurdo ed è qui che entra in gioco uno dei padri di Carrère: Albert Camus.


Se Pirandello è la coscienza che si guarda allo specchio e si scopre estranea a sé, Camus è l’uomo che guarda il mondo e si accorge che il mondo ha smesso di parlargli.


Nel romanzo, l’uomo senza baffi non ha una crisi di identità perché si sente diverso o non conforme; si perde perché il sistema esterno ha deciso di prenderlo per il colletto e lanciarlo in una realtà che si è completamente dimenticata delle sue certezze. Come ben sappiamo, di certezze in questa vita ne abbiamo poche, molto poche, eppure il fatto che hai portato i baffi per vent’anni, così come attestano chiaramente le fotografie nell’album di famiglia, è una di quelle. Ma anche le migliori e le più solide certezze a volte sono destinate a estinguersi. E nella mancanza di queste nulla rimane al suo posto: l’entropia del sistema raggiunge l’orizzonte degli eventi e si sente il crack del sistema stesso che si spezza per sempre.


È qui che Carrère ci incastra: specchiandoci nel protagonista, scopriamo che il meccanismo più profondo che regola il nostro esserci nel mondo è dettato e regolamentato quasi esclusivamente da ciò che è all'infuori di noi. Un accordo silenzioso, un compromesso delicatissimo, che ci permette di andare avanti sui binari della vita, in modo più o meno tollerabile.


Devo essere sincero, penso che il romanzo sarebbe potuto andare in maniera diversa. Poteva essere tessuto in altri modi, sviluppato secondo altri criteri. Ma quando si chiude il libro capisci bene che non ha importanza. E che non si possono fare lezioni di scrittura creativa a Emmanuel Carrère.


Il finale è un taglio netto. Non risolve il mistero, non elimina l’entropia ma la sigilla permanentemente nella carne. Al di là della trama, il finale è così apprezzabile perché attraverso quelle due pagine Carrère ci regala un’immensa lezione di letteratura. Ci fa capire quanto potere possano avere le parole, al di là della morale della favola o delle conclusioni filosofiche. Esclusivamente per ciò che sanno rendere in termini di puro susseguirsi di lettere. Leggetevi il libro soltanto per queste due pagine; anche se non vi piace, arrivate in fondo solo per quelle.


L’uomo senza baffi di Carrère è un uomo in trincea a cui hanno tolto la trincea, il fucile, il nemico a cui sparare e persino la terra sotto i piedi. Resta solo il guasto di quel millimetro maledetto. E il silenzio di un tramonto che filtra insistente in una camera d’albergo di Hong Kong.

f.r.

 
 
 

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