Intervista a Luigi Viva – biografo di un grande romanziere, Fabrizio De André
- Francesco

- 26 set 2025
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Luigi Viva nasce a Roma nel 1955 e, da grande appassionato di musica, inizia un percorso di ricerca assidua sui musicisti che ha maggiormente apprezzato. Tutto prende avvio nel 1989, con la pubblicazione di “Pat Metheny. La biografia, lo stile, gli strumenti”. Successivamente si avvicina a Fabrizio De André , intrecciando con lui un rapporto personale, intimo e consolidato, che sfocerà nello studio della sua vita e della sua opera con la pubblicazione di “Non per un Dio ma nemmeno per gioco- Vita di Fabrizio De André” e “Falegname di parole. Le canzoni e la musica di Fabrizio De André”entrambi editi da Feltrinelli.

La sua carriera prende avvio nel 1989 con un progetto dedicato al chitarrista jazz Pat Metheny, e in seguito si concentra su Fabrizio De André. Da dove nasce questa passione e il desiderio di approfondire figure così diverse e importanti?
All’epoca, e per anni, Pat Metheny è stato il mio musicista preferito. Pubblicato il libro su Metheny, stavo pensando su quale figura indirizzarmi. Fabrizio, con la sua intervista a Vincenzo Mollica in occasione dell’uscita delle Nuvole, fu illuminante, parlando dell’influenza del potere sulla vita di ciascuno di noi. Incominciai a pensare che aveva ragione e, ancora prima che l’intervista finisse, mi resi conto che un confronto con lui, specie in quel periodo plumbeo per la storia del nostro paese, era dovuto. L’ho sentito quasi un dovere confrontarmi con lui.
Vede un filo conduttore tra l’universo musicale di Metheny e quello di De André?
L’unico filo conduttore è l’estrema professionalità e qualità sia degli album, sia delle esibizioni dal vivo. Fabrizio, come Pat, era un perfezionista. Entrambi sapevano regalare grandi emozioni con la loro musica.
Nella nota introduttiva lei racconta di aver conosciuto De André nel 1975, ma di aver iniziato a lavorare alla sua biografia solo nel 1992, pochi anni prima della sua morte. Può raccontarmi in quale occasione lo incontrò e cosa, dopo tanti anni, la spinse a sentire l’urgenza di scrivere qualcosa su di lui?
A fine 1974 fui tra i pochi a sapere che Fabrizio De André sarebbe andato in tour. Me lo rivelò il mio amico Giorgio Usai (Nuova Idea e New Trolls), che fu il tastierista del primo tour del 1975. Ricordo ancora che lo dissi ad Alan Sorrenti un pomeriggio a casa sua a Roma. Ricordo anche la reazione spocchiosa del suo produttore di allora, che non credette alle mie parole. Quando venne a suonare a Piazza Navona, nel giugno 1975, grazie a Usai ci conoscemmo e, dopo il concerto, andammo a cena e parlammo di agricoltura, la nostra comune passione. Negli anni a seguire ci incontrammo diverse volte a casa sua in Sardegna e durante i tour. Parlavamo parecchio di agricoltura, politica, filosofia ed anarchia, quasi mai di musica. Nel 1990 maturai il bisogno di confrontarmi con lui. Ci volle un po’ di tempo, era preoccupato per la salute del suo amico Rino Oxilia, fino a che, il 19 febbraio 1992, in casa sua a Milano arrivò il suo convinto benestare.
Può descrivermi l’esperienza che la portò alla stesura della biografia? Che tipo di rapporto si instaurò tra voi durante quel periodo di collaborazione?
A dire la verità, la biografia cementò la nostra amicizia, ma non modificò il nostro rapporto sempre paritario e rispettoso. Quella sera a Milano lui si convinse a darmi l’ok dopo che gli dissi: “Guarda Fabrizio, non devi farmi un favore, questo libro lo voglio scrivere perché è una mia esigenza, lo scrivo per me”. Ci pensò qualche istante e mi rispose convinto: “Se è così, mi sta bene”. Di lì mi indicò tutta una serie di nominativi che, secondo lui, avrei dovuto intervistare, verificò lo schema biografico e corresse la gran parte delle bozze. Dopo la sua morte seppi che preavvisava le mie interviste, usando anche parole di stima nei miei confronti. Fabrizio era una cara persona, un gran signore.
Tra le numerose testimonianze raccolte, ce n’è qualcuna che le è rimasta particolarmente impressa? Cosa l’ha colpita di più di quel racconto?
Più che un’intervista specifica, forse la più difficile e fra le più importanti, è stata quella fatta di persona a Renato Curcio, uno dei capi storici delle Brigate Rosse, citato nella Domenica delle Salme. Un giorno Fabrizio, compiaciuto, mi disse che ero diventato amico di alcuni dei suoi migliori amici. Penso a Rino Oxilia, suo amico del cuore, a Vittorio Centanaro, a Lorenza Bozano, a Nina Manfieri, alla quale ha dedicato Ho visto Nina volare, penso a Paolo Villaggio, a Remo Borzini e sua moglie Floria, e a tanti altri, conosciuti o meno, che mi hanno accolto con molto calore.
C’è un episodio, un piccolo aneddoto, avvenuto durante la collaborazione con lui, che le è rimasto impresso e che desidera condividere?
Lui era capace di attenzioni e carinerie inaspettate. Una volta mi disse che nelle bozze del mio libro aveva letto delle cose sull’anarchia che non conosceva. Fu così che mi rivelò che lo studio di oltre trent’anni sull’anarchia lo aveva portato alla conclusione che gli unici veri anarchici sono gli zingari, in quanto non hanno né territori né confini da difendere.
A proposito dell’ultima telefonata, può accennarci qualcosa?
Era fine novembre, un mese e mezzo prima di lasciarci. Parlammo delle nostre famiglie: era contento che Luvi, la figlia, lo avesse rassicurato sulla tenuta de L’Agnata. Mi parlò della preoccupazione nei confronti dei giovani e mi fece una conclusione di pensiero secondo la quale la gran parte dei mali che affliggono il nostro paese sono da imputarsi alla presenza della Chiesa cattolica. Fu molto delicato quando gli chiesi come stava. Tre giorni dopo, infatti, venuto a conoscenza della gravità del male, capii che con quella risposta non volle farmi preoccupare e nemmeno farsi commiserare. Le sue ultime parole furono: “Abbracciami tua moglie e tuo figlio”.
Visto che l’ha conosciuto bene, quale tratto del suo carattere emergeva di più?
Innanzitutto ti faceva sentire sempre a tuo agio e sapeva ascoltare. Non ostentava mai il suo sapere, a meno che non mostravi interesse su uno specifico argomento e allora rompeva gli steccati. Aveva la capacità di leggere le miserie che albergano nell’animo di ognuno di noi, ma soprattutto era una persona molto affettuosa e generosa.
Era più forte in lui il lato del contadino o quello del poeta, malinconico e solitario? Si sentiva a volte alienato dal mondo, come uomo e come poeta, oppure incarnava piuttosto una visione stoica della realtà, quella che poi traspare nei suoi testi pieni di umanità?
Era una persona acuta, curiosa, molto simpatica, con una cultura spaventosa, e aveva questo grande senso di compassione. Amava le persone autentiche e gli piaceva stare insieme alla gente semplice, ai suoi contadini. In una bozza del libro lui fece una correzione determinante, precisando che la sua attenzione era rivolta verso “gli ignorati e perseguitati dal potere” che, a pensarci bene, lo siamo tutti, tranne quei pochi che il potere lo detengono.
Vorrei sapere se aveva un rituale particolare: nel momento della scrittura, prima di salire sul palco durante i live e nella vita quotidiana.
Qualche cenno scaramantico gliel’ho visto fare, ma non prima dei concerti. Aveva invece l’abitudine, essendo appassionato di astrologia, di fare l’oroscopo alle persone a lui più vicine. Cosa che ha fatto anche con me.
Si è sempre detto che fumava moltissimo, ma non ho mai trovato scritto con chiarezza che sigarette fumasse. Lei se lo ricorda?
Mai approfondito, anche perché è il fumo che ce lo ha portato via.
Quando ascolto De André, i suoi testi mi colpiscono al cuore e nell’anima, e mi fanno riflettere per ore, anche su una sola frase. Penso, per esempio, ai brevi versi di “Introduzione” nell’album “Storia di un impiegato”. Spesso mi sento incapace di esprimere quell’ineffabile. Secondo lei, qual è la scintilla segreta nella sua poesia, la “pozione magica”, se così possiamo chiamarla, che permette a chi ascolta di provare tutto questo?
Lui aveva la capacità di riassumere con poche parole concetti elevati. Credo che la sua poetica, la sua musica, colpiscano proprio perché Fabrizio era autentico; molte delle cose raccontate le aveva anche vissute, non c’era niente di costruito, di artefatto. Il De André dei dischi era il De André uomo, senza differenze. Lui era stato capace di arrivare anche alle persone più umili, alla povera gente, che lo amava perché ne percepiva l’onestà intellettuale.
C’era un libro che portava sempre con sé o che teneva sul comodino, magari come riferimento o ispirazione?
Mentre eravamo in casa sua a Milano, mi porse un libretto di raso rosso dove erano contenute “le più belle poesie di Brassens”, così le definì.
Oltre a Brassens, c’è una figura artistica a cui De André era particolarmente legato e che l’ha influenzato in modo significativo?
Sicuramente il poeta anarchico Riccardo Mannerini, che fu fondamentale nell’impostazione del pensiero.
Avendolo conosciuto così a fondo e studiato la sua opera per anni, quale consiglio darebbe oggi a un ragazzo o a una ragazza che vuole avvicinarsi alla scrittura poetica e far vibrare davvero le parole?
Ascoltarlo, studiarlo come studiare e approfondire i grandi della cultura, siano essi o no musicisti. La cultura, questa la conclusione alla quale eravamo arrivati nei nostri discorsi, è probabilmente l’unico strumento che ci consenta di essere uomini liberi. Quanto ai giovani, nell’ultima telefonata mi manifestò la sua preoccupazione nei loro confronti, ripromettendosi di essere sempre più divulgativo durante i concerti.
Qual è stato, a suo avviso, il più grande insegnamento che De André ci ha lasciato?
Lo stimolo a pensare, a guardare dietro alle cose, a non fermarsi alle apparenze e a quello che guardano e pensano tutti. Sempre ostinati e contrari.

Ringrazio di cuore Luigi Viva per la generosità con cui ha condiviso ricordi e pensieri. Attraverso le sue parole, la figura di De André continua a respirare: non solo come poeta, ma come uomo capace di lasciare un segno profondo in chi lo ha conosciuto e in chi ancora oggi lo ascolta. In ogni risposta è emerso un volto, un gesto, un frammento di vita che custodisce la sua umanità.
Concludendo questa conversazione, resta la sensazione che De André non appartenga solo alla storia della musica, ma continui a parlarci oggi come un vecchio amico, e che le sue parole siano ancora più preziose e vive di quanto lo fossero allora. Francesco Reale



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