top of page

Perché Ernest Hemingway è ERNEST HEMINGWAY

  • Immagine del redattore: Francesco
    Francesco
  • 7 lug 2021
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 26 set 2025

“il nipote di Melville e di Whitman, il figlio di Mark Twain […], uno stilista esatto e raffinato, con tutta una sorvegliata civiltà letteraria alle spalle”.


Ernest Hemingway, uno scrittore che Italo Calvino nel 1954, in occasione dell’assegnazione del Nobel a Hemingway, salutava così.



___________________________________________


Il primo articolo di questo blog lo dedicai a Hemingway, con la recensione del suo primo romanzo letto da me: “Il vecchio e il mare”. È passato un anno da quella lettura e la mia “devozione” verso il caro e vecchio Ernest, non ha fatto che aumentare; anche grazie alla lettura di altre sue due opere: “Fiesta (Il sole sorgerà ancora)” e “Addio alle Armi”, che mi hanno regalato l’opportunità di conoscere e apprezzare una prosa diretta, semplice e potente. Non amo solo il suo stile narrativo. Hemingway mi affascina come persona: viaggiatore instancabile, cacciatore e pescatore impavido, pugile abile. Lo immagino sulle acque di Cuba, a pescare marlin; in Africa durante un safari; o in un café a Parigi, whiskey and soda in mano. Una vita vissuta davvero, senza compromessi, senza paura. Tra i tre romanzi hemingwayani letti finora prediligo senza ombra di dubbio “Addio alle Armi”. Addio alle Armi

Una storia di amore, di guerra e di morte. è stato come ricevere un pugno di emozioni: ti prende e non ti lascia. Lo stile è essenziale, secco, preciso, eppure capace di trasmettere tutto: la paura, l’amore, la solitudine.


Nell’introduzione ai “quarantasette finali”, presente nell’edizione Mondadori 2016; viene scritto: “A commuovere generazioni di lettori è soprattutto la desolazione dell’immagine finale: Frederic, - il protagonista - che si allontana nella pioggia verso un futuro di solitudine e disperazione.” Il finale credo che sia l’elemento più caratteristico di quest’opera.


Un finale secco, drammatico, doloroso che è, come scrive Paolo Simonetti nell’Appendice, in grado di trasmettere al lettore la solitudine del protagonista attraverso un linguaggio essenziale e apparentemente scarno, scevro da sentimentalismi e senza fuorvianti astrazione retoriche. Leggendo mi sono sentito piccolo e al tempo stesso fortunato, come se Hemingway avesse aperto una porta dentro di me. Ho chiuso il libro e ho immaginato le strade di guerra, la pioggia sulle scarpe di Frederic, il silenzio dopo il dolore. E ho capito che leggere Hemingway non è solo leggere una storia: è sentire la vita, così com’è, cruda e bella insieme.


“Addio alle Armi” è stata una lettura emozionante come poche, un romanzo che riesce a smuovere anche i cuori dei più duri.


Grazie Ernest, per avermi insegnato a guardare la realtà con occhi diversi, per avermi mostrato che le parole, quando sono vere, possono arrivare dritte al cuore.



ReSco

 
 
 

Commenti


Mandami un messaggio

Grazie per avermi scritto!

bottom of page