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L'anarchia della compassione - Il Maestro e Margherita

  • Immagine del redattore: Francesco
    Francesco
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Viviamo in un’epoca in cui sembra che ogni ritmo della nostra giornata, ogni minimo sguardo d’attenzione debba essere decretato e scandito da una pretesa di precisione assoluta. C’è una forma di nevrosi moderna che ci impone di rincorrere una produttività costante e di mettere sottochiave il futuro per anestetizzare l’ansia dell’imprevisto. Programmiamo tutto con mesi d’anticipo: non solo le settimane di vacanza, ma anche i ritagli più piccoli della nostra routine. Calendarizziamo quando giocheremo la prossima partita a calcetto o a tennis con gli amici, l’ora esatta in cui ci concederemo il terzo caffè della giornata, cosa mangeremo a cena giovedì prossimo. Ci comportiamo, in fondo, come se fossimo i padroni assoluti dell’equazione della nostra vita.


Ma la realtà non funziona così. Non ha mai funzionato così.


E a ricordarcelo, con una precisione spietata, è uno scrittore russo nato a Kiev nel 1891: Michail Bulgakov. Lo fa proprio nell’apertura di quello che è il più grande romanzo russo del Novecento: Il maestro e Margherita.


In una calda sera di maggio, agli Stagni Patriaršie di Mosca, ci sono due intellettuali sovietici: il burocrate letterario Berlioz e il giovane poeta Bezdomnyj. Stanno sentenziando boriosamente d’ateismo di Stato e razionalismo, ribadendo la ferrea convinzione che Cristo e Dio non siano mai esistiti. All’improvviso si affianca a loro uno sconosciuto, uno straniero enigmatico che ascolta le loro certezze con profonda commiserazione e pone loro una domanda: se Dio non esiste, chi è che governa la vita dell’uomo e l’ordine della terra?


Berlioz risponde convinto: «È l’uomo stesso che la governa».


È qui che Bulgakov sferra il suo primo colpo di maglio. Lo straniero lo fissa e gli fa notare che per governare qualcosa bisognerebbe avere un piano preciso almeno per un lasso di tempo adeguato, diciamo per un migliaio d’anni. Invece l’uomo non è nemmeno in grado di sapere cosa farà stasera. Perché Annushka ha già comprato l’olio di girasole, e non solo l’ha comprato, ma l’ha anche versato”.


Cinque minuti dopo, mentre cammina verso la riunione del MASSOLIT (la potente associazione dei burocrati della letteratura sovietica) convinto di aver pianificato i prossimi dieci anni della sua carriera, Berlioz scivola proprio su quella macchia d’olio invisibile, cade sui binari e un tram gli mozza la testa. In un secondo, la presunzione umana si sbriciola davanti al coefficiente di attrito azzerato da una goccia d’olio.


La carne viva di Michail


Per capire da dove nasce quella macchia d’olio, bisogna guardare nella carne viva di chi l’ha scritta.


Michail Bulgakov era un uomo stritolato dagli ingranaggi della Storia. Nato a Kiev, medico per l’Armata Bianca durante la sanguinosa guerra civile, assiste al crollo del suo mondo prima di prendere una decisione radicale: appendere il camice e i bisturi al chiodo e dedicarsi al teatro. Scrive I giorni dei Turbin, un’opera che mostra il crollo definitivo dell’Armata Bianca a Kiev, raccontando la fine di quel mondo attraverso gli occhi di una famiglia di due giovani ufficiali zaristi. È un successo clamoroso e Iosif Stalin si innamora dello spettacolo così tanto da vederlo a teatro per ben quindici volte.


Ma la benevolenza è un’illusione breve. La morsa della censura sovietica si stringe implacabile: le sue opere vengono vietate, i guadagni azzerati e Bulgakov diventa un fantasma nell’Unione Sovietica stalinista.


Nel 1930, schiacciato dalla miseria e dalla paranoia delle perquisizioni della polizia, compie un gesto di pura disperazione: getta la prima stesura del suo romanzo sull’incontro tra Satana e Mosca nella stufa di casa. Credeva di aver distrutto la sua creatura per sempre.

Non sapeva ancora che i manoscritti non bruciano.


Mosca e Yershalaim: due facce della stessa medaglia


Ed è proprio da quella cenere che prende forma l’architettura di un romanzo che vive in due mondi speculari: la Mosca sovietica degli anni ’30 e la Yershalaim (la Gerusalemme) al tempo di Cristo.


La Mosca del romanzo è grigia, impastata di burocrazia e materia. È il ritratto spietato di un mondo popolato da una classe intellettuale che ostenta i propri piccoli privilegi ma che vive segretamente soffocata dal terrore.


Dall’altra parte c’è Yershalaim. Una città anch’essa dura, spietata, abitata da uomini cattivi e impauriti, ma immersa in un’altra dimensione: l’Eternità. È il tempo immortale di Cristo. Un luogo epico e tragico, sospeso al di fuori della cronaca.


Ma l’intuizione più straordinaria di Bulgakov sta nel modo in cui fa comunicare questi due mondi attraverso la figura di Woland, il pazzo straniero dei Patriarse Prudy, o meglio dire Satana in persona.


Per capire di che Diavolo si tratta e il suo ruolo all’interno della narrazione, bisogna concentrarsi sull’epigrafe con cui Bulgakov fa iniziare la sua opera magna. L’epigrafe de Il maestro e Margherita è una frase presa dal Faust di Goethe, un’opera che ha profondamente influenzato e ispirato Bulgakov nella stesura del romanzo:


«...chi sei tu, dunque?

Sono una parte di quella forza che vuole costantemente il male e opera costantemente il bene.»


Ecco come si presenta il Diavolo di Bulgakov. Woland non è un carnefice malvagio, non è l’angelo scacciato dal Paradiso nelle viscere dell’Inferno da Dio e non è il suo nemico: è il magistrato supremo del braccio violento e necessario della legge dell’universo. Woland non causa il Male: si limita a scoperchiare quello che c’è già, denudando la sua ipocrisia.

È lui stesso a spiegarlo all’apostolo Levi Matteo di fronte a un tramonto, da uno dei palazzi più belli di Mosca, utilizzando la metafora caravaggesca della luce e delle ombre.


La fisica dello spettro elettromagnetico


La relazione profonda che lega Woland a Yeshua (Gesù), può essere interpretata ricorrendo a un concetto fondamentale della fisica: lo spettro elettromagnetico.


Gesù rappresenta la luce assoluta: un’energia luminosa dirompente, penetrante, una radiazione pura, incandescente e divina, ma proprio per questo invivibile per la materia rozza e imperfetta dell’uomo. Se l’universo fosse fatto soltanto di questa luce accecante, l’occhio non vedrebbe nulla: rimarrebbe istantaneamente e permanentemente bruciato, accecato da un’assolutezza che la carne viva non può sopportare. Yeshua è un fascio di raggi gamma.


Woland si muove sulla frequenza delle onde radio. La luce di Gesù giunge a Mosca dall’alto, dall’Eternità; Woland invece arriva sulla terra, cammina per le sue strade, osserva e agisce nel piano orizzontale della materia.


L’uomo riesce a vedere e a percepire il mondo soltanto in una porzione di spettro elettromagnetico estremamente ridotta, una banda piccolissima e delicata. È soltanto all’interno di quella sottile finestra, la luce visibile, che ci è dato di distinguere le forme, i colori, il bene e il male, i quali per noi possono esistere solo e soltanto nella coesistenza e nel contrasto tra questi due estremi.


Ed ecco che tra Yeshua e Woland non c’è una rivalità cieca, non c’è una guerra: c’è una maestosa, silenziosa e perfetta cooperazione cosmica. Non si combattono: si dividono i compiti per garantire l’equilibrio del mondo. Non a caso, verso il finale del romanzo, quando Yeshua deciderà le sorti del Maestro, non scenderà di persona a trattare con la materia moscovita, ma manderà il suo discepolo Levi Matteo da Woland per chiedergli di concedere al Maestro non la luce, attenzione, ma la pace.


Dio e il Diavolo, in Bulgakov, sono i due poli dello stesso magnete.


Ponzio Pilato e l’anatomia della viltà


Al di là di questi due personaggi, il vero dramma dell’essere umano si consuma nel personaggio più importante dell’intero libro: Ponzio Pilato.


Nel dialogo tra Yeshua e il Procuratore della Giudea emerge una delle frasi più famose e definitive di tutto il romanzo: «La viltà è senza dubbio uno dei vizi più terribili». Anzi, Yeshua correggerà il tiro: la viltà non è uno dei vizi, è il vizio più terribile in assoluto.


Pilato non è un mostro sadico. È un uomo colto, stanco, tormentato da una nevralgia devastante, che riconosce istantaneamente l’innocenza e la straordinaria statura spirituale di Yeshua, filosofo errante dal cuore buono. Comprende la Verità, ma nel momento decisivo, cede. Lava le sue mani e firma la condanna a morte di un innocente per una sola ragione: la paura. La paura di perdere la protezione del Cesare, la paura di rischiare la posizione, la carriera, la pelle.


In quel gesto antico, Bulgakov non sta raccontando soltanto il Golgota di duemila anni fa. Sta firmando l’anatomia spietata della classe intellettuale sovietica degli anni ’30. Pilato incarna gli scrittori, i critici e i poeti del MASSOLIT che, durante il terrore delle Grandi Purghe staliniste, hanno sacrificato il proprio coraggio, la propria dignità e la verità. Hanno firmato le condanne dei colleghi, hanno taciuto davanti ai soprusi e hanno distrutto la vita di artisti liberi come Bulgakov.


Davanti al silenzio complice dei vigliacchi, rimane la figura tragica di Levi Matteo, il discepolo che segue Yeshua annotando affannosamente le sue parole sul pergameno: l’unico testimone ostinato che rifiuta di far cancellare la Verità dalla propaganda di regime.

Ed è da questo specchio che nasce l’equazione fondamentale del romanzo: il Maestro è Bulgakov.


Il Maestro è l’artista che ha osato scrivere la vera storia di Pilato e Yeshua, ma che è stato travolto, linciato dalla critica servile e ridotto alla disperazione. Come Bulgakov, il Maestro brucia il suo manoscritto e sceglie di ricoverarsi volontariamente in un manicomio.


Margherita e l’anarchia della compassione


Ma se il Maestro è l’artista spezzato che si è arreso, il romanzo non precipita nell’abisso grazie all’ingresso dell’elemento più decisivo di tutta la storia: Margherita.


Margherita è l’antidoto esatto alla viltà di Pilato e alla rassegnazione del Maestro. È la forza motrice, la volontà incrollabile, il coraggio sfacciato di chi non ha più nulla da perdere. È disposta a stringere un patto con il Diavolo in persona, a trasformarsi in una strega e a volare sopra i tetti di Mosca pur di salvare l’uomo che ama e la sua opera. Se il mondo degli uomini è franato sotto il peso della codardia, sarà una donna mossa dall’amore assoluto a riavviare le leve del destino.


Il vertice assoluto di questa forza si consuma nel grande Ballo di Satana. Dopo aver attraversato la notte di Mosca da strega e aver presieduto al gala degli inferi, Margherita ottiene da Woland la possibilità di esaudire un unico desiderio. E tutti, persino Woland in persona, si sarebbero aspettati una sola cosa: riavere il Maestro. Ma ecco che Bulgakov compie qui il gesto più spiazzante, fondamentale e prezioso di tutto il romanzo, consegnandoci la scena madre dell’opera. Margherita, senza nemmeno un attimo di esitazione, usa quel premio irripetibile per chiedere la liberazione di Frieda. Una povera donna conosciuta al gala, condannata a un tormento atroce: ritrovare ogni mattina sul proprio comodino il fazzoletto con cui, disperata e sola, aveva soffocato il suo bambino. Ed ecco che Margherita spiazza tutti, persino il Diavolo.


La burocrazia sovietica applica i decreti, la legge di Yershalaim esige condanne, e persino la giustizia cosmica di Woland calcola i torti e le punizioni. Ma la compassione di Margherita è anarchica. Ed è qui che mi viene in mente una frase immensa di Faber, che soleva ripetere a ogni suo concerto: C’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Bulgakov ci sta dicendo qualcosa di rivoluzionario: il mondo può essere salvato solo ed esclusivamente da una forza capace di spezzare le catene della colpa, di disarmare la punizione e di redimere l’esistenza, una forza anarchica che va al di là del merito e della virtù: la compassione. È la compassione l’ultima e vera salvezza dell’umanità.


Ed è per questo che l’arte non è un passatempo, non è un decoro per salotti, non è una merce da barattare con il potere, non è un semplice mestiere. L’arte è un atto cosmico: guarisce la Storia e plasma l’Eternità.


I tre Principi di Bulgakov


Penso che alla fine, dopo tutto quello che è successo — la fine di Berlioz, l’arrivo dell’enorme gatto nero Behemoth dalle sembianze umane, il bizzarro spettacolo teatrale, il volo nella notte su Mosca, la crocifissione di Cristo, la salvezza di Frieda e la pace ottenuta dal Maestro —, ci restino tre verità che Bulgakov ci ha voluto regalare:


1. Il mondo e la dittatura controllano i corpi; l’artista plasma l’Eternità.

2. Il peccato originale è la viltà; l’unica salvezza è il coraggio d’amare.

3. L’universo è regolato e governato dalla compassione, non dal giudizio.


Gli uomini passano, la Storia cambia. Le uniche cose che rimangono sono l’Arte, la Verità e l’Amore.

E finché ci sarà qualcuno capace di ricordarcelo, i manoscritti non bruceranno mai.


f.r.



 
 
 

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