top of page

“Paese dalle ombre lunghe” di Hans Rush

  • Immagine del redattore: Francesco
    Francesco
  • 14 gen 2021
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 26 set 2025

“Paese dalle ombre lunghe” è un romanzo dello scrittore e pilota automobilistico svizzero, ma con origini italiane, Hans Ruesch, pubblicato per la prima volta nel 1950 con il titolo “Top of the World”.

Hans Ruesch (1913-2007) nasce a Napoli da madre italiana e padre svizzero. Fu un pilota automobilistico negli anni trenta del secolo scorso e partecipò a vari Gran Premi con la scuderia Ferrari. Nel 1937 esce il suo primo libro “The Racers” un romanzo sull’automobilismo, poi traslato nel 1955 come film (titolo italiano “Destino sull’asfalto”), diretto dal regista statunitense Henry Hathaway. Alla vigilia della seconda guerra mondiale emigrò negli Stati Uniti, per poi ritornare nella sua amata città natale nel 1946. Nel 1950 pubblica il suo primo best seller: “Paese dalle ombre lunghe”. Hans Ruesch traduceva personalmente i propri libri, firmandosi Nash Hercus, anagramma del suo vero nome. Muore nel 2007 a Massagno, piccolo comune svizzero.


Il libro narra le avventure di una famiglia eschimese che vive (per citare il libro) “nelle estreme regioni artiche, dove terra e mare si confondono in una sterminata superficie di ghiaccio…dove il sole si affaccia all’orizzonte per un’unica lunga giornata che dura una stagione, ma dove in compenso non è mai vero buio né vera notte e la Stella risplende immobile e fissa allo zenit…”. Seguiamo la famiglia di Ernenek, un cacciatore impavido, e insieme a lui entriamo in una vita che non conosce il domani, ma solo l’eterno presente.


Leggendo, ci si accorge di un dettaglio che colpisce: la grandezza degli uomini del Polo è misurata dal numero venti. Non numeri infiniti, non statistica, ma venti. Ventuno significherebbe troppo, diciannove troppo poco. Ventì significa che l’uomo è contato fino in fondo, che ogni gesto, ogni respiro, ogni scelta ha il peso preciso della vita. E in questa precisione semplice, in questa misura, c’è una poesia che il mondo moderno ha dimenticato.


Leggendo mi sono ritrovato a immaginare Ernenek e la sua famiglia mentre affrontano i venti gelidi, mentre tirano frecce e archi di corno, mentre il sole non tramonta mai e il ghiaccio sembra eterno e ho pensato a quanto a volte l’uomo moderno abbia perso il senso della misura e della meraviglia.

Leggendo queste pagine, ho chiuso gli occhi e ho sentito la neve sotto i piedi, il vento che fischiava tra le tende dei loro rifugi. Mi sono sentito parte di quell’eterno presente e in quella semplicità di vita.

E allora la domanda resta sospesa: qual è la vera visione del mondo? La nostra, con il suo rumore e la sua fretta… o quella pura e primordiale degli eschimesi, misurata dal numero venti, dagli archi e dalle frecce e dall’eterno presente? A voi la risposta…


ReSco

 
 
 

Commenti


Mandami un messaggio

Grazie per avermi scritto!

bottom of page