Perché la salvezza non indossa la camicia

La preghiera di Davide, la redenzione di Raskòl’nikov e la poesia di Cohen. Il peccato e la preghiera di Davide
Il Salmo 511 è il salmo del pentimento. Conosciuto nella liturgia con il termine Miserere (letteralmente “abbi pietà”), è il testo cardine che affronta il mistero del peccato, del pentimento e della richiesta di grazia dopo essersi riconosciuti inevitabili peccatori. A parlare è Davide, re di Israele, che dopo essersi innamorato di Betsabea, moglie del suo fedele guerriero Uria l’Ittita, commette adulterio. Affranto e intrappolato nella colpa, decide di scavare ancora più a fondo nel proprio orrore: manda Uria in prima linea durante la battaglia più sanguinosa per farlo morire, e successivamente ne sposa la vedova.
Avendo realizzato l’enormità del suo peccato, si arrende. Decide di tentare di abbandonarsi alle braccia di Dio, e si presenta esattamente per ciò che è, come un peccatore senza scuse. Si dichiara tale fin dalla nascita, svelando una cruda ed essenziale verità: «Mia madre mi ha concepito nel peccato», ricordando che l’essere umano è imperfetto per definizione. E aggiunge, «Il mio peccato mi sta sempre dinanzi». L’uomo viene quasi sminuito, spogliato di tutto; l’unica cosa che sembra costituire l’identità primaria di quell’uomo è proprio quella macchia inesorabile che gli sta davanti.
Ma il verso più importante, il nucleo di tutto il discorso, è un altro: «Un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi». Attenzione alla portata di questa rivelazione. Dio non necessita di un cuore intonso che non si è mai sporcato, di un cuore puro senza nessuna cicatrice. Davide intuisce che Dio non disprezza il cuore ferito, investito dal peccato, purché si attesti a Lui per ciò che realmente è: affranto e spezzato. È proprio quella macchia, quella cicatrice riconosciuta onestamente dal cuore stesso, a diventare la toppa in cui far entrare la chiave di Dio. È la crepa che fa sì che la luce possa penetrare.
Il delitto geometrico di Rodion Romanovič Raskòl’nikov
Tremila anni dopo il re Davide, nella soffitta angusta e claustrofobica di un palazzo nella San Pietroburgo zarista, un altro uomo ha cercato di fare a meno del suo cuore spezzato, affondando sempre più nel calcolo, nella colpa e nel delitto. Nella sua mente era tutto orchestrato razionalmente, progettato in ogni minimo dettaglio come una partita a scacchi in cui si conosce già la combinazione esatta fino allo scacco matto. Ma ben presto si capisce che tutta questa presunzione razionale scivola via, riportandoci inesorabilmente a quel cuore ferito e alla necessità di farsi abbracciare dalla luce.
Quando si legge Delitto e castigo di un certo Fëdor Dostoevskij, la storia di Rodion Romanovič Raskòl’nikov non può fare a meno di entrarti nelle membra, di scuoterti; per usare le parole di Bob Dylan, come «un fantasma di elettricità che ulula nelle tue ossa»2. Non mi soffermerò sulla trama: leggetevelo. Se volete farvi un regalo, se volete vivere un’esperienza che vi plasma, non c’è bisogno di fuggire in luoghi remoti o compiere viaggi impossibili. A volte basta molto meno, basta aprire un libro.
Rodion è un uomo che ha perso completamente la sua strada. Si ritrova da solo, malaticcio e senza soldi in una piccolissima stanza, nella nauseabonda estate pietroburghese. Nelle sue idee strampalate di superuomo, decide di immergersi nell’abisso del peccato commettendo un omicidio; un atto che, nella sua teoria, era “giusto” e avrebbe redento la sua esistenza e il mondo intero. Ma i castelli possenti e invalicabili che si era costruito nella mente cominciano ben presto a cadere uno dopo l’altro, a coprirlo e a soffocarlo. Sulla carta l’equazione era perfetta ma nella realtà si è rivelata piena di errori intrinsecamente incancellabili. Ritorneremo alla storia di Raskòl’nikov più in là.
L’Anthem decennale di Leonard Cohen
Per quasi dieci anni, un uomo elegante, un poeta raffinato tormentato da una severa depressione cronica, ha lavorato instancabilmente come un colto e pacato artigiano su un unico testo. Ha levigato e limato parola per parola, aggiungendo e poi sottraendo strofe, fino a inserire questa canzone in un album quasi profetico. Era il 1992, l’album era The Future. Il nuovo millennio stava per albeggiare: la caduta del muro di Berlino, la fine dell’Unione Sovietica, le prime attenzioni ecologiche, ma allo stesso tempo l’instaurarsi di un ordine politico e sociale tardo capitalista che avrebbe dominato, e avvelenato, i decenni successivi. Quella canzone si chiama Anthem. Dopo quel disco, Leonard Cohen si ritirò dalle scene, passando circa cinque anni in un monastero zen in California, per poi ritornare al mondo all’inizio del nuovo secolo.
In questa canzone ci sono immagini potentissime, tipiche dei grandi poeti che il Novecento ci ha regalato. Cohen è disilluso, non vende speranze caduche che si mantengono in equilibrio come elefanti su un filo di spago. Parte da un’evidenza, da una verità difficile da accettare ma tangibile: nel mondo c’è qualcosa che non va. Le guerre verranno combattute ancora, e la sacra colomba verrà catturata, venduta e imprigionata di nuovo. Non sarà mai libera. Puoi sommare tutto quanto, ma non otterrai mai la somma perfetta.
E poi c’è il ritornello:
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack, a crack in everything
That’s how the light gets in.
Cohen dice una cosa importante: siate grati di suonare le campane che ancora possono suonare. Non cercate le campane d’oro, suonate quelle che avete. Dimentica la tua offerta perfetta. Ecco il rovesciamento del Levitico 22,21, che imponeva a Dio sacrifici immacolati, bovini e ovini maschi perfetti e in salute. Cohen, proprio come il Salmo 51, ribalta questa visione. Per giungere alla luce non c’è bisogno necessariamente di un’offerta o di un cuore impeccabile; c’è bisogno di autenticità e onestà. L’idea di un’opera immacolata, di una vita senza cedimenti, è una trappola concettuale che porta dritti alla scure di Raskòl’nikov. Tutto ha una crepa, ed è proprio da lì che entra la luce. La crepa non è un difetto di fabbricazione: è la condizione necessaria affinché tutto respiri, affinché tutto sia vero.
L’etere che non c’è
Questo concetto mi ricorda un evento straordinariamente rivoluzionario e, da un altro punto di vista, straordinariamente catastrofico, accaduto nella comunità scientifica alla fine dell’Ottocento. A quel tempo, la fisica classica di Galileo e Newton iniziava a cedere, mostrava le sue crepe profonde. Una parte dei fisici, terrorizzata dall’idea che l’immensa ziqqurat su cui si fondavano trecento anni di scienza potesse sprofondare, cercò di salvare l’edificio che stava crollando in tutti i modi possibili, tentando di sfuggire a verità che si palesavano in maniera imprescindibile.
Dopo le scoperte di Maxwell, si capì che la luce era un’onda elettromagnetica. Sappiamo bene che le onde meccaniche (ad esempio la corda di una chitarra che vibra e produce un suono) esistono in virtù di un mezzo che le propaga, come l’aria. Il vero rompicapo nacque quando le equazioni di Maxwell previdero una velocità della luce costante di 300.000 km/s. Per far quadrare i conti, i fisici stabilirono che quella velocità fosse valida solo rispetto all'etere immobile, un mezzo universale in cui la luce potesse propagarsi. L’etere divenne così lo strumento indispensabile per preservare la relatività galileiana, fornendo quel sistema di riferimento assoluto che avrebbe salvato le certezze di Newton; serviva a tappare la crepa per non far crollare tutto.
Nel 1887, due scienziati, Michelson e Morley, progettarono un esperimento per dimostrare l’esistenza di questo vento d’etere e che niente fosse destinato a crollare. Il risultato fu scandaloso: l’etere non esisteva affatto. Molti in quella stessa comunità accademica cominciarono a inventarsi scuse assurde pur di mantenere vive le teorie precedenti. Finché un giovane fisico, che lavorava nell’ufficio brevetti di Berna, partì proprio dal fatto che l’etere non esisteva e rivoluzionò l’intera fisica moderna con la Teoria della Relatività. Quel ragazzo era Albert Einstein. Questa è una grandissima metafora reale di quello che dice Cohen. È attraverso la crepa, attraverso l’errore intrinseco alla realtà e la caduta del sistema perfetto, che entra la verità.
Come un rifugiato
Nell’ultima strofa di Anthem, Leonard Cohen scrive due versi che sono ancor più importanti del ritornello stesso:
Every heart to love will come
But like a refugee.
Questa è una verità dal valore immenso. Non si arriva all’amore in giacca e cravatta. Non si arriva alla pace e alla redenzione a testa alta. Ci si arriva come un rifugiato: con le scarpe rotte, con le ginocchia sbucciate, i vestiti impolverati. Proprio come Davide, che da re è sceso dal suo trono, ha lasciato la sua corona e i suoi abiti d’oro e, nel fango del suo peccato, nel vomito della sua colpa, con il cuore ferito e macchiato si è rivolto a Dio.
Ed è lo stesso per Raskòl’nikov. Nella sua identità di omicida, non è diventato Napoleone commettendo quel gesto. È giunto all’amore solo attraverso quel varco, attraverso quell’ampia e dolorosa cicatrice che ha annullato completamente tutte le sue ambizioni e il suo intero stare al mondo in un momento così buio. È giunto alla luce sulle rive del fiume Irtyš, in Siberia. Piangendo, inginocchiato ai piedi di Sonja.
Penso che tutte queste storie ci dicano una cosa sola. Non aspettiamo la campana perfetta. Suoniamo quella che abbiamo, anche se è scheggiata, arrugginita, intonata male. Perché finché c’è una crepa, siamo ancora in gioco. E perché la luce, proprio come la primavera, non bussa. Lei entra sicura.
f.r.




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