Émile Zola e “J’Accuse…!” 123 anni dopo
- Francesco

- 13 gen 2021
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 26 set 2025

Émile Zola (1840-1902) è stato uno dei più rilevanti letterati del XIX secolo. Nato francese, ma con origini italiane, Zola è stato un abile scrittore, un fotografo, un saggista, un filosofo, un naturalista ma soprattutto un “puntiglioso” (nel senso positivo della parola) giornalista.
L’immagine di Zola è quasi sempre associata al manifesto “J’Accuse…!.
“J’Accuse…!” è il titolo dell’editoriale scritto proprio da Zola, sottoforma di lettera aperta al presidente della Repubblica francese dell’epoca, Félix Faure, e pubblicato il 13 gennaio 1898 dalla testata giornalistica socialista ”L’Aurore”, con lo scopo di denunciare pubblicamente gli oppressori di Alfred Dreyfus.
Ma chi era Alfred Dreyfus?
Alfred Dreyfus (1859-1935) era un militare francese ebreo, condannato con l’accusa di alto tradimento.

Tutto nasce nel settembre 1894, quando il governo francese venne a conoscenza di una lettera indirizzata a un ufficiale tedesco, in cui venivano rivelate importanti informazioni di tipo militare dell’esercito francese.
Ma in quale modo la lettera è collegata al povero Alfred?
Dreyfus, possedeva una grafia che somigliava a quella della lettera. Per il governo francese Dreyfus rappresentava il perfetto capro espiatorio. Il processo condannò Dreyfus nel 1895. La condanna consisteva nel carcere a vita. Così Alfred si ritrovò in prigionia sull’Isola del Diavolo, la più piccola e settentrionale delle isole al largo della costa della Guyana francese, grazie a un processo basato su prove fasulle. Tuttavia nel 1899 ci fu la revisione del processo e la corte militare confermò la colpevolezza nei confronti di Dreyfus, ma tramutò la condanna a 10 di anni di reclusione. Pochi giorni dopo Alfred ottenne la grazia.
Ma come mai Zola si interessò al caso Dreyfus?
Durante la prigionia di Dreyfus sull’Isola del Diavolo, la Francia si vide divisa in due “fazioni”: i “dreyfusards” e gli “antidreyfusard”. I primi consistevano in quella categoria di persone che consideravano l’affare un clamoroso caso di razzismo e di nazionalismo; i secondi, al contrario, erano nazionalisti, militari e antisemiti.
Zola rientrava nella prima categoria.
“J’Accuse…!”

Zola, scrivendo e pubblicando il manifesto “J’Accuse…!” schiaffeggia il governo francese. Il manifesto prende forma di una sberla che “rimpicciolisce” l’operato dell’autorità. Ma proprio quelle persone schiaffeggiate da Zola, non volevano sentire quelle parole, non volevano il ripensamento dell’opinione pubblica nei confronti di Dreyfus; non voleva che il proprio operato venisse infangato con un articolo di giornale scritto da un impavido giornalista. Così il povero Émile Zola, fu condannato a un anno di carcere e dovette pagare una pesante multa. L’accusa era di diffamazione delle forze armate. Per evitare la reclusione in carcere fuggì in Inghilterra nel 1899.
La morte fantomatica di Zola
Émile Zola muore nel 1902, soffocato nel sonno dalle esalazioni del camino, all’età di 62 anni. La morte fu oggetto di molte versioni fondate su nessuna certezza concreta. Il caso fu archiviato nel 1903, dopo alcune improbabili ipotesi (suicidio e intossicazione), come avvelenamento accidentale da monossido di carbonio e l’ipotesi di omicidio pur possibile, non ha mai avuto prove concrete.
Nel 1953 un anziano farmacista francese, Pierre Hacquin rivelò a un giornalista di aver raccolto alcune testimonianze di un uomo, chiamato Henri Buronfosse (deceduto nel 1928), che sosteneva di aver appositamente ostruito il camino di Zola. Essendo ormai defunto il testimone (Buronfosse) e non essendoci prove che potessero verificare la confessione, il caso non fu mai riaperto.
La stampa nazionalista e antisemita gioì alla morte di Zola.
Le spoglie di Zola furono sepolte nel Pantheon di Parigi, accanto alle tombe di altri due grandi scrittori francesi: Alexandre Dumas (padre) e Victor Hugo.
Perché Émile Zola viene ricordato?
Émile Zola è diventato il simbolo di quella intellettualità impavida, cha ha rinunciato alla sua serenità e molto probabilmente alla sua stessa vita pur di “accendere la luce” all’interno della società, pur di “accusare” i “pezzi grossi”, pur di portare alla luce del sole le azioni corrotte della società alla società. Ed è proprio questo, che ognuno di noi, deve apprendere da Zola: il coraggio di far luce alle sopraffazioni e alla corruzione che divora, lentamente, il nostro mondo.
Roberto Saviano scrive: “la linea che separa uno scrittore da un intellettuale sta proprio qua: nella consapevolezza che la scrittura debba essere difesa dell'uomo. Che scrivere sia lo sforzo estremo, spesso vano ma necessario, di sottrarre un'era alla barbarie”.
ReSco



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